15/02/2012
Mercato del lavoro, il Governo accetti un negoziato vero
Fa bene il Presidente della Repubblica ad invocare un accordo tra il governo e le parti sociali, in particolare i sindacati ha detto, sulla riforma del mercato del lavoro. E fa bene anche ad affermare che la coesione sociale non può significare immobilismo. E’ giusto: occorre davvero che il premier e il Ministro Foriero accettino la logica di un negoziato vero, con posizioni di partenza, mediazioni e intese conclusive.
Occorre che le posizioni ideologiche, quelle sostenute per un problema di maquillage dei professori che ci governano e dalla Confindustria a caccia di un nuovo leader, cadano per fare posto ad un sano realismo che certo non può voler dire per le organizzazioni dei lavoratori svendere l’articolo 18 e le tutele fondamentali. Riformare gli ammortizzatori sociali, sostenere il reddito di coloro che sono espulsi dal processo produttivo e non riescono ad andare in pensione, ridurre drasticamente (che so, a una) le forme di precariato e di lavoro atipico, per esempio, sono obiettivi molto concreti.
Negare la loro validità significa condannare il mercato del lavoro all’immobilismo, alla sclerosi, alla difficoltà per le imprese di applicare regole condivise di fronte alla gravità della crisi. E soprattutto alla frammentazione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Insistere sull’articolo 18, tentare di dividere il sindacati tra loro e al loro interno, innestare un mini campagna mediatica per far saltare il banco, e cioè la trattativa: tutto ciò comporterebbe l’aggravarsi della situazione con rischi seri per il Paese.
In questo quadro va apprezzata l’ostinazione e la serietà di Susanna Camusso e di tutta la Cgil nel perseguire l’intesa (non a tutti i costi, ovviamente). E forse è auspicabile che le singole categorie, pur nel rispetto della loro autonomia, attendano i risultati del confronto per coordinare con la confederazione le iniziative di mobilitazione che si dovessero rendere necessarie
Occorre che le posizioni ideologiche, quelle sostenute per un problema di maquillage dei professori che ci governano e dalla Confindustria a caccia di un nuovo leader, cadano per fare posto ad un sano realismo che certo non può voler dire per le organizzazioni dei lavoratori svendere l’articolo 18 e le tutele fondamentali. Riformare gli ammortizzatori sociali, sostenere il reddito di coloro che sono espulsi dal processo produttivo e non riescono ad andare in pensione, ridurre drasticamente (che so, a una) le forme di precariato e di lavoro atipico, per esempio, sono obiettivi molto concreti.
Negare la loro validità significa condannare il mercato del lavoro all’immobilismo, alla sclerosi, alla difficoltà per le imprese di applicare regole condivise di fronte alla gravità della crisi. E soprattutto alla frammentazione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Insistere sull’articolo 18, tentare di dividere il sindacati tra loro e al loro interno, innestare un mini campagna mediatica per far saltare il banco, e cioè la trattativa: tutto ciò comporterebbe l’aggravarsi della situazione con rischi seri per il Paese.
In questo quadro va apprezzata l’ostinazione e la serietà di Susanna Camusso e di tutta la Cgil nel perseguire l’intesa (non a tutti i costi, ovviamente). E forse è auspicabile che le singole categorie, pur nel rispetto della loro autonomia, attendano i risultati del confronto per coordinare con la confederazione le iniziative di mobilitazione che si dovessero rendere necessarie
Di Paolo Serventi Longhi il 15/02/2012 alle 15:32


