08/02/2012
No alle discriminazioni. L'articolo 18 va difeso
Che il tavolo sul mercato del lavoro con il governo e le parti sociali non sarebbe stata una passeggiata, era facilmente prevedibile. Meno prevedibile era che non soltanto il ministro del Lavoro Elsa Fornero, ma lo stesso premier Mario Monti tornassero ad insistere sul superamento dell’articolo 18. E, come volevasi dimostrare, il nodo dei licenziamenti diventa il centro del negoziato.
Occorre intanto che si faccia chiarezza sulle intenzioni del governo: dicono che il confronto deve chiudersi in poche settimane, e inoltre che se l’accordo fosse impossibile l’esecutivo Monti andrebbe avanti per la sua strada proponendo al Parlamento le proprie soluzioni. E’ chiaro che una simile prospettiva non potrebbe essere accettata dalle organizzazioni sindacali, perché si andrebbe a legiferare su una materia di stretta pertinenza delle parti sociali.
E allora? La strada del negoziato è obbligata e fa bene la Cgil di Susanna Camusso a perseguirla con determinazione e lealtà. Naturalmente avendo ben chiaro che non è possibile rinunciare alla tutela dei lavoratori contro i licenziamenti discriminatori. L’articolo 18 non è un simbolo, è una difesa per migliaia di donne e uomini, senza la quale sarebbero abbandonati al loro destino, sfruttati e ricattati; sarebbe infatti davvero difficile lottare per i diritti, per decenti condizioni di lavoro, sarebbe sempre più rischioso opporsi a vessazioni di ogni genere. E poi, se l’articolo 18 fosse una norma puramente simbolica, perché le imprese la riterrebbe così maledettamente importante?
Il problema è chiaro: anche in Italia sono oggi possibili i licenziamenti, collettivi, per ragioni economiche. Vi sono due leggi in proposito. Non è possibile, invece, cacciare impunemente un lavoratore solo perché è antipatico al datore di lavoro. Le intese, è vero, vanno perseguite ricercando le mediazioni possibili, ma non si possono accettare le discriminazioni, per qualunque motivo, nei luoghi di lavoro. Con la firma del sindacato, poi.
Occorre intanto che si faccia chiarezza sulle intenzioni del governo: dicono che il confronto deve chiudersi in poche settimane, e inoltre che se l’accordo fosse impossibile l’esecutivo Monti andrebbe avanti per la sua strada proponendo al Parlamento le proprie soluzioni. E’ chiaro che una simile prospettiva non potrebbe essere accettata dalle organizzazioni sindacali, perché si andrebbe a legiferare su una materia di stretta pertinenza delle parti sociali.
E allora? La strada del negoziato è obbligata e fa bene la Cgil di Susanna Camusso a perseguirla con determinazione e lealtà. Naturalmente avendo ben chiaro che non è possibile rinunciare alla tutela dei lavoratori contro i licenziamenti discriminatori. L’articolo 18 non è un simbolo, è una difesa per migliaia di donne e uomini, senza la quale sarebbero abbandonati al loro destino, sfruttati e ricattati; sarebbe infatti davvero difficile lottare per i diritti, per decenti condizioni di lavoro, sarebbe sempre più rischioso opporsi a vessazioni di ogni genere. E poi, se l’articolo 18 fosse una norma puramente simbolica, perché le imprese la riterrebbe così maledettamente importante?
Il problema è chiaro: anche in Italia sono oggi possibili i licenziamenti, collettivi, per ragioni economiche. Vi sono due leggi in proposito. Non è possibile, invece, cacciare impunemente un lavoratore solo perché è antipatico al datore di lavoro. Le intese, è vero, vanno perseguite ricercando le mediazioni possibili, ma non si possono accettare le discriminazioni, per qualunque motivo, nei luoghi di lavoro. Con la firma del sindacato, poi.
Di Paolo Serventi Longhi il 08/02/2012 alle 13:19


